home         recensioni          oroscopo         segni       la giostra dei colori       miti      

                                soffitta        il mondo di njara   

 

                                                                                                  

 

                                                                                        semplicemente..njara!!!

                                                                          

                                                                                                  

        

                                                                               

    I viaggi del cuore  (Un bar di periferia)

 

Scritto e ideato da njara

 

Ero entrata in quel bar, una mattina in cui la pioggia cadeva a stento, perché il cielo faticava a sorridere alla luna…

Era ancora buio pesto, in quell'angolo di paradiso quel mattino di un giugno appena iniziato…

Un mattino in cui il sole non voleva saperne di uscire, un mattino in cui le nuvole facevano da padrone in un azzurro poco pulito…

Ero sola… ma no mi dissi, sola non lo sarai mai.

Ci sarà sempre un amico ad accompagnare il tuo cammino di donna in cerca di pace e tranquillità.

Mi voltai perché credetti che a dirlo o a pensarlo non fossi stata io, ma una voce solitaria proveniente fuori di me, dalla mia persona che avvertivo sola e stanca per quella strada…

La mia strada. Questo pensai appoggiando la mano sulla maniglia della porta di un bar di periferia..

Erano solo le quattro di una notte ancora da finire, le quattro di un giorno che stentava a riconoscersi.

I piedi mi facevano male, le braccia me le sentivo rotte per la fatica di una vita… la mia fatica, la mia vita, la mia strada piena di buche ormai cosi esplorate…

Mi fermai, in piedi diritta sulla porta… pochi avventori trangugiavano il loro primo o forse ultimo caffè di una giornata che a sera avrebbe chiesto loro il resoconto, con una fattura che forse non avrebbero potuto pagare…

Il barista si voltò verso di me. Mi guardò con attenzione. Con troppa attenzione mi dissi, girando in fretta il viso. Non volevo che mi guardasse, non volevo che si accorgesse di me. Non volevo essere vista per ciò che ero diventata. Avrei voluto che mi riconoscesse per la ragazza quindicenne che mi sentivo ancora d'essere… ma…una lacrima scivolò sul mio viso, perché mi resi conto all'improvviso che non avevo più quindici anni, ma quaranta… per l'esattezza quarantaquattro… e solo con il pensiero mi ero tolta all'istante quattro anni.

I miei ultimi quattro anni di vita. Una vita spesa a rincorrere una solitudine, la mia solitudine vigliacca e amara di donna… una vita spesa nel cercare di ravvisare chi io fossi… e cosi, con quella mano ancora piena di una maniglia stupida, fredda e bagnata, d'improvviso mi ritrovai… mi accorsi di chi io fossi, e mi senti morire…

Le gambe si piegarono. La fronte si coprì di un sudore freddo. La borsa mi scivolò dalla spalla e cominciai a piangere.

Calde lacrime si mescolarono alla pioggia che scendeva fitta come un muro…. Come il mio muro che senti sciogliersi, disintegrasi, andarsene, fiero e tronfio di avermi fatto compagnia, per cosi tanti anni.

Il barista si accorse del mio stato, e me lo ritrovai vicino. La sua mano sulla spalla mi accolse dentro di se, e nel contempo mi allontanò dai suoi pensieri.

Non mi disse una parola, non mi chiese niente. Sentiva la mia disperazione, il mio dolore di donna sola, e piano piano mi prese fra le braccia.

Senti la camicia, avvertì il gilet che odorava di fumo e d'alcool, e improvvisamente mi senti a casa…

Era come stare nell'abbraccio di mio padre e di mia madre, mescolati in un tutt'uno, in una dolce armonia mai provata…e lo volli, volli l'amore di quell'uomo che non avevo mai visto ne conosciuto.

Mentalmente ringraziai la mia strada che mi aveva condotto in quel bar di periferia… ma con il cuore la maledii, mille e mille volte, finchè avverti la mano di lui fra i miei capelli che odoravano di resina appena sciolta…

Un bacio si posò su quei capelli stanchi e cosi forti. Un bacio odioso, e vile, ma fraterno, amico, e mai amante.

Me ne resi conto e mi senti morire di nuovo.

Non mi voleva. Non mi avrebbe mai voluto come donna, e le mie gambe ancora più stanche si aggrapparono a lui disperatamente.

"Non mi lasciare" gli sussurrai sottovoce.

"Non lo fare, non lo fare mai.. non mi togliere la tua attenzione, ne ho bisogno per vivere"

La sua mano fra i miei capelli si fermò. Cosi in un momento.

La pioggia smise di cadere. Il vento di soffiare. La luna apparve in cielo…ed io mi strinsi di più a lui.

Sentii una risata, la sua risata denigratoria e cosi dolce nel contempo.

Non mi chiesi il perché di quella sensazione stridula sul mio cuore,  sapevo che era un perché che richiedeva il suo tempo e che mi avrebbe fatto male saperlo se lo scioglievo subito, e come una bambina mi rannicchiai fra le sue braccia.

Un avventore usci di corsa, ci spinse ancora di più l'uno contro l'altro… le braccia di lui mi strinsero forte come a non volermi lasciare mai.

Ringraziai mentalmente quello sconosciuto che con la sua fretta mi stava facendo assaporare l'amore mai visto e già vissuto di un uomo…

Un amore totale, disinteressato, ma cosi pieno di rancore verso di me… un amore infelice e felice nello stesso tempo… e di nuovo lo volli.

Lo volli e lo cercai come un disperato ubriaco, che ha dimenticato il sapore della sua droga omicida… alzai il viso e lo guardai.

Mi spaventai. Mi ritrassi. Ma lui non mi lasciò andare. Mi odiava. Sentivo il suo odio per me.

Un odio che mi penetrava le carni, me le lacerava senza amore, come a prendersi una rivincita non chiesta…una vittoria che io gli stavo porgendo con tutto il cuore.

Un cuore, il mio, preso e spalmato su una tartina… la tartina della sua vita…

Mi chiesi perché mi odiasse cosi. Mi chiesi perché mi volesse cosi male. Non lo conoscevo. Non l'avevo mai visto… e allora per quale motivo lui mi regalava il suo odio fraterno… me lo spingeva dentro il cuore. Un cuore freddo. Il suo cuore che voleva entrare dentro di me, come a cercare riparo, un rifugio eterno. Un nido per dormire. Una mano che lo accarezzasse e accompagnasse il suo sonno...

Non voleva riconoscere il suo cuore… questo capii in un momento. Quell'uomo mi regalava il suo odio, perché il suo cuore parlava d'amore e d'amare… un amore e un'amare quanto mai sterili, ma pur sempre molto più vivi di lui… E nell'abbraccio, nelle mie lacrime, il suo cuore aveva riconosciuto la vita…e aveva deciso di prenderla…

Una vita la mia, fatta di stenti, di miserie, di graffi, di vita stessa. La mia vita, che si univa alla sua in un abbraccio senza tempo e senza confini… una vita che si riconosceva nell'altra. Una vita che voleva e chiedeva soltanto di essere riconosciuta da noi due…

Fratelli, amici, nemici, amanti, buoni compagni di strada…e soprattutto sposi di un cielo senza confine e senza limiti.. e in quell'abbraccio senza parole, mi aveva chiesto di diventare sua moglie, ma io in silenzio ero fuggita…

Ero io che stavo fuggendo non lui… era lui che mi allontanava non io…

Come può una serata di pioggia, far incontrare due persone sconosciute che si amavano cercandosi da un'eternità.

La nostra eternità di vita…

Mi staccai all'improvviso, cosi come ero entrata nelle sue braccia.

Lo guardai a lungo.. la luna stava scomparendo nel cielo. Le nuvole facevano spazio al sole che sorridendo cominciava a vestirsi di un nuovo giorno… il mio giorno, il mio primo giorno di donna amata, odiata, disprezzata, ferita, e mai ferita, e mai amata come in quel momento che avevo sentito il profumo di un barista appena conosciuto dietro il vetro di una porta senza maniglia… la maniglia che stringevo ancora fra le mani…

Mi accorsi di aver sognato tutto… cosi. Nel breve spazio di un momento, avevo fatto l'amore con un uomo che mai sarebbe stato mio… perché odorava troppo di alcool e di tabacco, e perché non mi piaceva come uomo… il suo fisico non era adatto al mio. Il suo volto non si sarebbe mai appoggiato al mio volto.

Le sue lacrime non avrebbero mai corso i miei occhi. Le sue mani, non avrebbero mai stretto le mie spalle di donna sola, in cerca di un nido, in cerca di una fonte da bere, in cerca di amici, senza stupri morali subiti per non vedere, per non riconoscersi, per non amarsi.

No. Quell'uomo non sarebbe stato mai mio. Perché quell'uomo apparteneva ad un'altra donna, ad un altro amore…

Il suo amore di uomo poco conosciuto da se stesso. Un uomo che nel momento di un secondo mi aveva donato il proprio cuore da ripulire, per poi riprenderlo indietro e andarsene da me…lontano, cosi lontano nel tempo da farmelo dimenticare all'istante…

Lentamente mi girai, e mi avviai dentro il bar.

Avevo bisogno di un caffè. Avevo bisogno di riprendermi il mio cuore.

Perché era quello che il barista aveva fatto quando mi aveva vista ferma, immobile, appoggiata e stanca su una maniglia di ferro battuto.

Mi aveva rubato il cuore senza dirmelo, senza chiedermi il permesso di tenerlo in mano, scaldarcisi e poi riprenderlo, per porgerlo di nuovo a me… no. Lui aveva fatto soltanto il ladro… di cosa era ancora da definire.

E cosi come un ladro, era entrato in una casa già derubata, perché la mia casa, aveva le finestre e la porta spalancata nel buio, di una notte senza pace… una notte senza tempo segnato, che permetteva ai ladri di entrare, in attesa di incontrare quello giusto. Quello senza benda sugli occhi, perché cosi sicuro di esistere, e nel contempo cosi carogna da non voler che io conoscessi la vita…

I miei piedi ripresero la forza. Avrei combattuto per il mio cuore, un cuore stanco di attendere una mano amica che non gli apparteneva. Avrei combattuto per Anto, e per tutte le Anto del mondo, che stanche di subire stavano attendendo il vincitore di una battaglia mai finita.

Non credevo nella reincarnazione. Ma se ci avessi creduto, avrei pensato che io e lui c'eravamo incontrati in parecchie delle nostre vite. Forse in tutte. Ed in tutte lui era riuscito a rubarmi il cuore senza che me ne rendessi conto… ed in tutte mi aveva stuprato con il suo falso e bieco sorriso…

Ero pronta. Ora, in quel momento, in quel preciso istante fui pronta ad ucciderlo e a riprendere ciò che mi apparteneva di diritto. La vita. La mia vita che lui mi stava versando dentro una tazzina di caffè bollente e mai chiesto, ne mai bevuto, perché quel caffè rimase sopra un tavolo spento, nel momento in cui lui mi toccò la mano e riconobbe la sua eterna nemica - amica di sempre.   

Riconobbe l'uomo che c'era in me, e la donna che stava uscendo allo scoperto. Una donna vestita di niente. Un uomo armato di alabarda, che fece il passo alla sua donna completamente nuda… una donna che stava aspettando il suo nemico-amico, dietro un falso sorriso. Il mio sorriso sdentato e mai cosi pieno di denti nudi e crudi, come vermi in agguato dietro l'angolo di una porta aperta, che si sarebbe chiusa nell'attimo in cui, lui sarebbe entrato senza sapere, senza conoscere ciò che lo stava aspettando.

Una mannaia in bilico sull'arco di quell'uscio chiuso. Una mannaia che avrebbe colpito il suo dolore di uomo mai nato.

Una mannaia che avrebbe coperto le sue nefandezze di uomo mai vissuto con se stesso e per se stesso…

Ma nello stesso momento lo volli salvare, volevo che mi riconoscesse per ciò che ero…e nell'istante in cui lo pensai mi resi conto che se solo lo avessi fatto, lui avrebbe ucciso me…

Non potevo permetterlo. Non me lo sarei mai più permesso.

Non ci fu posto per la compassione in quello spazio di tempo, in cui i miei occhi si posarono dentro i suoi e senti il mio cuore dentro il suo petto che gridava aiuto… si sentiva compresso, arido e sterile dentro un torace che non avrebbe mai battuto per lui, dentro un intestino che non avrebbe mai evacuato i suoi pensieri…

Gli strinsi la mano, continuando a poggiare i miei occhi nei suoi… il mio cuore doveva sapere che ero li per lui e per nessun altro… e mi ascoltò ringranziandomi, e lo fece nell'istante in cui notai una scintilla in quello sguardo spento e senza cielo…

Io sentii la mia mano stretta intorno alle sue dita dure come il fiele…magre come un grano spento in autunno… mani senza colore, ne calore, mani senza vita.

Le presi quelle mani, le strinsi a me, forte, ma cosi forte, che lui fu costretto a non togliermi lo sguardo…

Incatenai ancora di più, i miei occhi ai suoi e non mollai la presa… lo guardai, ci feci l'amore li, in un locale semivuoto ma cosi pieno di noi due…

Due titani che stavano combattendo la loro ultima battaglia, quella per la vita.

Due uomini si alzarono. Misero delle monete luccicanti sopra il tavolo, vicino alle nostre mani strette in un pugno… senti lo sguardo di quegli uomini, che con un sorriso sporco se ne andarono e spensero la luce del bar…

Il buio crollò su di noi. Come una mamma cattiva. La nostra mamma cattiva, brutta e senza denti…

La sentivamo entrambi… perché entrambi avevamo avuto una madre stupida e cattiva.

Una madre che ci aveva amati e odiati nel contempo. Una madre che ci aveva fatto crescere in cattività. La sua cattività di madre. Il suo odio senza amore. Perché l'odio si nutre dell'amore, ma lo ridà indietro, pulito, netto e senza scorie da rubare, ne da gettare in mare aperto.

Un mare che sentivamo arrivare. Un mare che ci stava sommergendo. Ed io sapevo di non saper nuotare. Ma sapevo anche di avere di fronte un uomo che mi avrebbe salvato se solo glielo avessi chiesto.

Lui. L'uomo. Il mio uomo per la vita…

No. Mi dissi. Questo non è il mio uomo. È solo un piccolo uomo, che riconoscendo una donna, si vuole appropriare di lei, rivolgendole lo sguardo.

Uno sguardo pieno d'amore e di odio insieme. Un odio che non riusciva a ripulire l'amore e rimandarmelo indietro, netto e pulito, il suo era un odio che stava corrodendo quel piccolo grande amore nascente…

Lo voleva, voleva il mio amore di donna sensuale e ambita, una donna in cerca della sua strada.

Una strada che la donna non conosceva. Una strada che l'aveva condotta in un bar di periferia. Per conoscere e riconoscere il suo eterno nemico di sempre. Non era più un amico, era soltanto un uomo. Un uomo alla ricerca di se stesso, un uomo che non conosceva se stesso. Un uomo che non voleva farsi riconoscere da me, ne da lui.

Un uomo e basta.

Troppo poco per me, dissi al mio cuore. Troppo poco per noi…

Fu il noi che ci salvò dalla mannaia, fu il noi che riportò il mio cuore nel mio petto…

Entrò piano piano, e cosi veloce che senti la scarica del suo amore per me.

E dietro quell'amore senti l'onda arrivare.

Fu un momento. Un attimo di vita. La mia vita che sentii sciogliersi dalle mie braccia e vidi annegare in quel mare aperto, senza un grido d'aiuto.

Iniziai a singhiozzare forte. Sempre più forte, finchè lui fu costretto a lasciare la mia mano e a sbattere contro uno scoglio…

Vidi la sua testa frantumarsi, vidi il suo cervello andare alla deriva, vidi il suo piccolo cuore vicino ai miei piedi…

L'onda si ritirò, ed io mi ritrovai in ginocchio. Il cappello mai avuto fra le mani a stringere fra le braccia quel cuore…

Lo baciai, lo accarezzai, lo ripulii… poi presa dall'odio lo gettai lontano… ed ecco un'altra onda, infrangersi nel mare, pronta ad abbattersi su di me…

Lo avevo amato, lo avevo odiato, gli avevo preso la vita, e gliene avevo data un'altra di vivere… la mannaia scivolò accanto a me, inciampò sui miei piedi e si infilò sul mio dito mignolo…

Il male che avvertì fu atroce e intenso, ma non volli guardare il sangue che scorse sulla riva. Il mio sangue che io donavo a lui e a me…a noi… scoprirlo fu dolce e amaro nello stesso tempo… viverlo fu sapere di aver vinto.

Lentamente appoggiai una mano per terra, mi feci forza su me stessa, mentre guardavo l'onda scomparire, il mare ritirarsi e la luce del locale riaccendersi da sola…

Osservai l'intorno… il barista era li, con il caffè in mano che mi guardava… i suoi occhi ora privi di qualsiasi tipo di vita mi scrutavano…

Forse pensò che ero pazza… o forse mi amò per un istante… mi girai, e senza prendere il caffè mi allontanai in quella mattina che mi aveva visto vittoriosa…

Avevo vinto la mia battaglia. Avevo vinto la vita…avevo vinto quella che un eroe chiama la sua guerra personale…

Ma mi sentivo sconfitta, e dolorante… mentre tacitamente decisi, che mai più sarei entrata in un locale come quello… un locale dove un barista morto, attendeva le sue vittime per stuprarle, prender loro il cuore, per poi farne tanti caffè da versare a chi accidentalmente sarebbe passato  di li, per farsi amare da lui in un abbraccio che odorava di vita e di morte insieme…

Mi voltai per un momento… soltanto per un momento… il barista era in piedi sulla porta che mi guardava senza un sorriso alcuno, mentre dai suoi occhi spuntava una lacrima azzurra…azzurra come il colore dei suoi occhi spenti, che per l'istante di un secondo avevano trovato la vita, e che forse mai più avrebbero abbandonato…

Sentii il male della vita rinata, che serpeggiava dentro il cuore di lui… lo senti netto e pulito dentro un cuore ancora sporco… e allora mi girai, tornai sui miei passi e in silenzio mi avvicinai a lui e inginocchiandomi ai suoi piedi gli chiesi un perdono che non venne…arrivò soltanto una carezza silenziosa e quanto mai fugace… allora e solo allora mi rialzai e nel girarmi gli mandai un bacio che sapeva di menta appena colta…

Indietreggiò dietro il mio bacio e correndo verso di me, mi chiese perdono…

Perdono per la vita che mi aveva donato senza sapere. Perdono per il male che mi stava facendo perchè lui quel male non me l'aveva voluto donare… si era soltanto arrogato il diritto di stupratore… e allora, in silenzio e con un fucile carico di pallettoni gli sparai in pieno viso, lasciandolo morto ma quanto mai vivo in terra, pronto a  dormire un sonno che per lui non sarebbe mai giunto.. quello della pace eterna.

 

 

 

                                         

 

                                                                                                           

 

 

 

                                                                        

                                                    

                                                                                                                                        

                                                                  Testi e Immagini contenuti nel sito sono di proprietà esclusiva dell'autore. 

E' severamente vietato l'uso e la riproduzione di 

qualsiasi parte ed oggetto del sito.
...alcune immagini o gif di questo sito sono state prelevate dal web..se i legittimi proprietari non 

desiderano che io metta le loro 

immagini o le loro gif mi scriva che io provvederò a toglierle..grazie per ciò che create..

per me sono fonte di gioia..mi auguro però di non 

farvi un torto prelevandole per inserirle accanto alle mie parole.


testi : njara